Don McCullin. Retrospectives

06/09 culture, FOTO DI GUERRA:

ArteUtopia in collaborazione con Contrasto e Zone Attive presenta una mostra dedicata al grande fotografo Don McCullin. Galleria Arteutopia/Musei di P.ta Romana fino al 12 settembre 2004

6 settembre 2004 – E’ in mostra a Milano dal 25 giugno alla galleria Arte Utopia l’opera di Don MacCullin, uno dei più grandi fotografi di guerra del nostro tempo In un percorso che parte dagli anni cinquanta e arriva fino ai giorni nostri, sfila, in questa lunga serie di immagini – oltre 150 – la testimonianza di molti fra gli eventi più tragici del Novecento. Ogni scatto da voce e memoria a realtà diverse, lontane nel tempo e nello spazio tutte accomunate da una identico carico di sofferenza e desolazione.

La guerra in Vietnam, in Cambogia, a Cipro, nel Biafra, a Beirut, le rivolte nel Derry, la fame e le malattie in India e nel Bangladesh ma anche i ritratti dei popoli primitivi dell’Indonesia, gli assorti paesaggi della campagna inglese o episodi storici come la costruzione del muro di Berlino, costituiscono i tasselli di un percorso che è molto più di una semplice raccolta di reportages fotografici. McCullin non racconta solamente, ogni suo scatto è documento, monito ma anche, soprattutto, ricerca, viaggio per arrivare un po’ oltre le pieghe del viso degli innumerevoli volti ritratti, decisamente al di là della violenza ottusa che ognuna delle immagini di guerra raccolte in questa mostra, porta come un segno distintivo.

Vietnam 1968, un gruppo di marines osserva impassibile la smorfia di dolore di un presunto vietcong; Congo, 1964, McCullin ferma l’immagine dell’esecuzione di alcuni ragazzi presunti seguaci di Lumumba, e poi ancora

Vietnam e gli occhi attoniti di un padre con accanto il suo bambino dopo lo scoppio di una granata e subito dopo lo sguardo traumatizzato di un marine americano travolto da quella stessa guerra. L’ umanità affranta dei soggetti di McCullin è il filo conduttore che percorre l’intera mostra e man mano che si avanza è quell’umanità a sovrapporre alle immagini implicite domande e ingombranti frammenti di riflessioni. Un vietcong morto. Ancora Vietnam 1968. Accanto a lui sono sparse le sue cose e quel disordine è icona dello sconvolgimento ben più grande che infuria intorno a lui. Così come racconto indelebile di una desolante catastrofe privata e collettiva è lo sguardo di uno zingaro mentre osserva la sua famiglia che viene sfrattata dalla polizia (Kent, 1970).

Senza retorica, con il delicato e incisivo mélange del bianco e nero, McCullin compie il suo miracolo perché ognuno di quei volti finisce puntualmente per appartenerci un po’, ognuna di quelle identiche morse di desolazione diventa in qualche modo dolorosamente vicina a ciò che più abbiamo di intimo e personale.

Luigi Pedrazzi che nelle sale di Arteutopia ospita la mostra, dice: Don McCullin non è un fotografo di guerra. E’ un fotografo. Ed è un artista. E come tale riconosce nel suo strumento un mezzo potente complesso, che inverte il rapporto tra artista e opera: non la realtà delle cose come punto di partenza ma come punto di arrivo. Ed è il fotogramma, la realtà che trasfigura nello scatto che la misura, l’istante nel tempo e nel movimento che indica il segno della sua arte e della sua sensibilità: la capacità irreale di vedere il mondo in quell’attimo, in quella inquadratura, in quella prospettiva che immediatamente cessa di essere tale per diventare simbolo e linguaggio.Nello sguardo vuoto di un soldato come in un paesaggio intenso

della sua Inghilterra Don McCullin vede ciò che non appare e ce lo racconta in un millesimo di secondo .

McCullin è dunque attento interprete dei fatti del nostro secolo ma anche, prima di tutto, artista, sottile osservatore dell’anima e come tale, appunto, capace di scavare e approdare ben al di là della storia. Accade così che i volti sfiniti di un gruppo di soldati americani in Vietnam e le strade desolate dell’Inghilterra distrutta del dopoguerra si assomiglino, come in qualche modo si assomigliano gli sguardi fieri e disperati di un pugno di ragazzini di una gang di quartiere (si tratta di una delle prime fotografie scattata da un McCullin giovanissimo) e il viso di un bambino africano incontrato durante una visita in un campo profughi.

Cronologia e spazio non sono più tanto importanti se a reiterarsi sono violenze sempre uguali e a tessere il filo di questa complessa serie di rimandi raccolti nella storia recente dell’umanità, è proprio lui, Don McCullin, che partecipa e si intromette che condivide e ascolta e domanda in prima persona perché la sua testimonianza sia davvero capace di raccontare.

In un una recente intervista McCullin propone un parallelismo tra le sue fotografie e le opere di Goya. In effetti, a guardarle bene, certe inquadrature così pulite eppure così irrimediabilmente allucinate dal dolore fanno proprio pensare ad alcuni quadri ombrosi e drammatici del pittore spagnolo. La tragedia sta negli eventi, nella replica senza memoria della loro follia. Non servono artifici e non c’è nessuna concessione all’estetica nelle fotografie di Don McCullin. Gli strumenti di cui fa uso sono il coraggio di andare a cercare negli angoli bui della storia e la capacità di farlo tirandone fuori piccoli frammenti di verità.

Francesca Coradeschi

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